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La Rocca

Le più antiche notizie riguardanti la Rocca di Soncino risalgono al X secolo, quando venne costruita una prima cinta muraria quale riparo da opporre alla calata degli Ungari. Nel 1200 il castello venne assediato e distrutto dai Milanesi e dai Bresciani. Da allora Soncino verrà conteso dai principali Comuni Lombardi. Nel 1283 si trova menzionata una nuova Rocca, mentre nel 1312 il castello è occupato dai Cremonesi e nel 1391 i Milanesi ne faranno una testa di ponte contro i Veneziani la cui politica di espansione in terraferma avveniva ormai a danno del Ducato Milanese. Dopo la conquista di Brescia, avvenuta nel 1426, da parte della Serenissima le mura ed il castello vennero rinforzati intorno al 1427 per sostenere gli attacchi dei veneti. La pace di Lodi del 1454 sancì definitivamente i confini tra la Repubblica di Venezia ed il Ducato di Milano, assegnando a quest'ultimo anche Soncino. Nonostante ciò, Francesco Sforza fece rinforzare le mura ed il castello. Nel 1468 i Soncinesi avanzarono al Duca la richiesta di costruire una nuova rocca presso l'angolo di sud-ovest, in sostituzione della precedente. Francesco Sforza, ancora dubbioso della fedeltà degli abitanti, non accolse la proposta e si limitò a costruire un nuovo torrione. Galeazzo Maria Sforza nel 1469 inviò a Soncino gli architetti Serafino Gavazzi da Lodi ed il cremonese Bartolomeo Gadio, quest'ultimo autore anche del Castello Sforzesco di Milano, per approntare i progetti della nuova Rocca. I lavori però non ebbero inizio. Nel 1471 gli ingegneri ducali Benedetto Ferrini da Firenze e Danese Maineri, responsabile delle fortezze di Soncino e Romanengo, intrapresero delle opere di manutenzione dell'antica rocca, oltre alle mura, alle porte ed alla torre civica. Al Ferrini venne pure ordinato di stimare la spesa per la costruzione della rocca gadiana, ma i lavori non iniziarono che nel 1473 sotto la direzione del protomastro Bartolomeo Gadio il quale aveva richiesto la presenza del Maineri e del maestro da muro Giacomo De Lera, di Cremona, esponente della nota famiglia di architetti. I lavori verranno compiuti proprio dal De Lera. Lo stato di avanzamento dei lavori è testimoniato dalle due missive ducali del 1474 nelle quali è contenuta la richiesta di collocare un'insegna con l'impresa sforzesca sopra la porta della rocca. Insieme alla cerchia muraria la rocca costituiva un importante complesso fortificato, anche se non proprio all'avanguardia. Nonostante fosse stata interamente costruita dagli Sforza, la rocca risente degli influssi viscontei: il suo impianto quadrato con torri singolari sporgenti deriva dai castelli di pianura di Pandino, Pavia ed altri. La difesa si limita a potenziare alcuni elementi quali lo spessore dei muri, la maggiore altezza delle torri, la profondità del fossato, ecc. La torre circolare costituiva una novità, un elemento aggiornato che venne edificato però su un preesistente torrione circolare e non intenzionalmente. Anche il castello di Lodi presentava un'unica torre circolare, ancor'oggi visibile, innestata su impianto quadrato ed inserita nella cerchia muraria. Nel 1499 la rocca diverrà possedimento dei veneziani fino al 1509. In seguito passerà dai francesi nuovamente agli Sforza e nel 1535 al dominio Spagnolo. Nel 1536 Carlo V di Spagna elevò Soncino a Marchesato infeudandolo agli Stampa e da allora un lento declino interesserà la rocca: gli Stampa lo trasformeranno progressivamente in residenza, costruendo nuovi corpi di fabbrica addossati alle mura interne e trasformando le strutture esistenti, come la camera superiore della torre di sud-est che diverrà cappella. Nel XVI secolo pittori di fama quali Bernardino Gatti, decorarono alcune sale ottenute chiudendo gli spalti. Vincenzo Campi realizzò al pala d'altare della cappella con una perduta Deposizione di Cristo, mentre Uriele Gatti dipinse alcune sale al piano terreno. Purtroppo la decorazione è quasi completamente sparita e non ne rimangono che poche tracce. Nonostante alcuni tentativi di rafforzare le difese in occasioni d'interventi minacciosi, la rocca cadde in un progressivo abbandono, tanto da divenire magazzino di legname. Nel 1876 Massimiliano Stampa, ultimo marchese di Soncino, cedeva il complesso alla Municipalità per legato testamentario. Nel 1883 l'architetto Luca Beltrami venne incaricato di eseguire un rilievo e nel 1886 iniziò i lavori di restauro che comportò la demolizione di porticati ed altre strutture addossate agli spalti. Le merlature, i tetti delle torri vennero in gran parte ripristinati, mentre il ponte levatoio veniva sostituito da uno un muratura. I lavori terminarono nel 1895 con il restauro del rivellino. Situata in una piazza raccolta, si presenta con un rivellino un tempo chiuso da saracinesca. Al di sopra del portale vi è una finestrella con profonda strombatura dalla quale la sentinella poteva controllare la piazza d'armi. Oltrepassato il rivellino, si entra nella rocca vera e propria, preceduta da una piccola corte che fungeva da disimpegno per i movimenti delle truppe. Due scale addossate alle pareti interne conducono agli spalti, protetti da merlature poggianti su caditoie le quali venivano utilizzate per lanciare pietre e liquidi bollenti quali pece ed olio. Sul lato ovest del rivellino un tempo v'era un ponte levatoio che veniva, in caso di emergenza, calato sul ponte fortificato in modo da permettere l'evacuazione della rocca verso la campagna. L'accesso alla rocca era permesso da due ponti levatoi, uno pedonale ed uno carraio, per il passaggio di cavalli e carri. In caso di attacco e conquista del rivellino, la rocca poteva essere facilmente isolata. Varcato il secondo ingresso si giunge al cortile del castello. Al centro del cortile v'è una vera da pozzo, ricostruita nel XIX secolo, così come è stato messo in luce l'accesso ai sotterranei. La torre di nord-ovest, detta anche Torre del Castellano perché residenza del capitano della fortezza, ha anch'essa un ingresso alla quota del cortile, ma a differenza delle altre due quadrangolari, attraversate dal cammino di ronda posto alla quota degli spalti, presenta un passaggio interrotto da due passerelle levatoie in modo da consentire l'isolamento in caso di assedio. La torre diveniva così l'ultimo baluardo di difesa che poteva garantire la via di fuga degli assediati attraverso i sotterranei della torre ed un passaggio segreto posto sul lato ovest del fossato. Dal cortile, tramite un piccolo atrio con due porte che potevano essere saldamente chiuse dall'interno, si accede ad una stanza coperta da volta a botte. Sulla parete di fronte si apre una finestra, mentre sulla parete di sinistra possiamo ammirare un camino con cappa piramidale. Sulla destra si apre la scala che conduce ai sotterranei mentre vicino alla finestra, in un angolo, si trova un pozzo. Posta simmetricamente, all'ingresso si apre la porta della scala scavata nel muro perimetrale della torre, che conduce alla stanza superiore, anch'essa con volta a botte lunettata. La sala, un tempo decorata con affreschi, presenta un'ampia finestra con sedili in mattoni posti nell'ampio sguancio, era dotata di latrina ricavata nello spessore del muro. Lungo le pareti si trovano le uscite che conducono sugli spalti. Dall'atrio che conduce allo spalto occidentale, parte una scaletta che porta al piano della merlatura, ora coperto dal tetto. Ritornati al piano del cortile, è ora possibile scendere al pozzo interno. Si giunge ad una sorta di atrio che dà accesso alla prima sala sotterranea coperta da volta a botte ed illuminata da una finestrella, mentre un lato della stanza é interamente occupato da un rialzo a forma di bancone. Proseguendo, giungiamo ad un secondo andito che conduce al secondo sotterraneo, a destra, che poteva essere inondato in caso di necessità e che conduceva a due camminamenti, probabilmente vie di fuga. A sinistra si entra in una sala con volta a botte che conduceva, mediante la porta levatoia, al pontile a due arcate sul fossato e da qui ad un'uscita segreta. Mediante una scala sotterranea si risale alla corte centrale e raggiungiamo gli spalti tramite la scala addossata al lato est. Lo spalto orientale mette in comunicazione due torri quadrate, dotate di una stanza al piano terra coperte da volte e finestra strombata. Due porte portano rispettivamente al sotterraneo su due livelli ed al piano superiore aperto sugli spalti con due archi e volte a crociera. Da qui parte un'altra scaletta che conduce al livello degli spalti della torre sud - orientale, dove si possono notare ancora tracce di affreschi, utilizzata nella seconda metà del XVI secolo come cappella. Il più antico di questi affreschi raffigura una Madonna con il Bambino, probabilmente un ex-voto, della fine del XV secolo. Sotto uno strato d'intonaco è possibile ammirare un frammento d'affresco raffigurante il Leone di S. Marco, ricordo della breve dominazione veneziana. Sul terzo strato d'intonaco, risalente alla dominazione sforzesca, è possibile vedere un grande stemma sforzesco fiancheggiato da tizzoni accesi cui sono appese delle secchie, che dovevano illustrare il motto "Accendo e spengo", mentre ai lati, ripetuta controparte, possiamo ammirare l'altra impresa araldica raffigurante una mano nell'atto di sciogliere il cane alla catena legato all'albero. L'impresa araldica, che in seguito venne venduta agli Stampa, significava la libertà che fu portata al Ducato di Milano dagli Sforza. La volta è decorato con un motivo a pergolato, analogo a quello dipinto nella chiesa di S. Maria delle Grazie di Soncino. Il tema del pergolato non è infrequente nelle fortezze sforzesche: basti ricordare quello celebre che da il nome alla Sala delle Assi in Castello Sforzesco a Milano. Percorriamo lo spalto meridionale e giungiamo alla torre cilindrica. Al livello degli spalti la torre presenta un andamento cilindrico, ma verso l'interno presenta un angolo rientrante con le pareti allineate agli spalti stessi. All'incrocio di queste pareti si apre una porta che immette in una stanza rotonda coperta da calotta sferica e con due aperture a doppia strombatura che servivano per puntare le spingarde a difesa del lato sud e del ponte. Vicino alla porta vi è una scaletta con andamento elicoidale che conduce alla merlatura con ordine di piombatoi. Nel pilastro cilindrico posto al centro della stanza vi è una scaletta a chiocciola che conduce alla sommità del tetto conico della torre, una sorta di belfredo che assolveva alla funzione di torretta d'avvistamento. Questa dislocazione, al di sopra dei tetti, permetteva una visione più ampia del territorio circostante. La parte inferiore della torre è costituita da una stanza bassa coperta da volta ed appena illuminata da aperture poste a filo del terreno, probabilmente un magazzino di munizioni. Tra la volta ed il pavimento della stanza superiore vi è uno spessore di circa tre metri, il che fa supporre che vi esistesse una stanza intermedia. La tradizione la vuole identificata come la sala del tesoro, ma che però potrebbe essere, forse, una struttura di consolidamento del bastione della cinta muraria a sostegno della torre cilindrica. Anche durante i restauri ottocenteschi eseguiti da Luca Beltrami, non si è mai trovata l'apertura per questa stanza. A differenza delle altre torri, questa presenta una sola sala sotterranea, di forma circolare e coperta da volta. Tornati in cortile, ammiriamo il corpo di fabbrica addossato alla cortina muraria meridionale. L'edificio è un'aggiunta cinquecentesca tesa a trasformare la rocca in residenza signorile. Le pareti recano tracce di stemmi sforzeschi, mentre la parete occidentale presenta una nicchia ad arco entro cui è affrescata una Crocifissione, ormai sbiadita. Probabilmente questa era la parete di fondo della cappella e l'affresco doveva assolvere alla funzione di pala d'altare. In seguito alle trasformazioni subite dalla rocca nella metà del XVI secolo, la cappella venne demolita per far posto ai nuovi corpi di fabbrica destinati a residenza e fu in quell'occasione che il luogo sacro venne spostato sugli spalti della torre sud orientale.

Le Mura

La bellissima cerchia muraria venne eretta nel 1247 durante la signoria di Buoso da Dovara il quale promosse la costruzione di una nuova cerchia difensiva che inglobò i tre borghi cresciuti all'esterno delle vecchie mura. La cerchia duecentesca resistette per circa due secoli sino a quando, intorno alla metà del XV secolo, i Veneziani prima e gli Sforza dopo ne promossero la ricostruzione. I lavori iniziarono nel 1453 sotto la direzione del "maestro da muro" Bartolomeo da Soncino. Più volte interrotti, i lavori vedranno la fine nel 1469. Sulla sponda opposta del fiume, i Veneziano eressero la formidabile cinta stellare di Orzinuovi, progettata dal celebre architetto militare Michele Sanmicheli. Orzinuovi era all'avanguardia nel campo dell'architettura militare e Soncino rivelava la sua inadeguatezza a sostenere un attacco di artiglieria pesante, visto che le sue mura erano prive di bastioni, mentre il lato sud era totalmente privo di torrioni. Nel corso del XVi secolo la cortina muraria non venne più ammodernata e tale rimase sino ai ostri giorni, salvo la distruzione delle quattro porte, avvenuta nel corso del XIX secolo. La porta di sotto venne demolita nel 1802, mentre le altre tre nel 1817. Al posto dei progettati archi neoclassici (come le porte urbiche di Crema, altre eccezionale fortezza veneziana), vennero erette due coppie di pilastri in pietra di Rezzato. Lo sviluppo perimetrale murario si snoda per 2 km ed è possibile percorrerlo sia a piedi che in automobile. Partendo da via Borgo Sera, giungiamo in via Cesare Battisti, dove possiamo notare che le mura sono state notevolmente abbassate. La struttura, dalla caratteristica struttura a scarpa, si presenta ordinata; alcune lacune lasciano intravedere il corpo interno delle mura, caratterizzato da un'esecuzione grezza. Le mura piegano ad oriente con un torrione che, come gli altri, proteggevano gli speroni (angoli dove le mura cambiano direzione), o rafforzavano quei brani murari completamente rettilinei maggiormente esposti, come nel lato settentrionale, dove le mura risultano, a causa della conformazione del terreno, più basse. Il torrione è a pianta circolare, con alta scarpa e tamburo cilindrico separato da una cornice a toro. Come tutti gli altri è stato privato, nella parte terminale, della merlatura e dei beccatelli, dei quali si possono notare gli attacchi. Il torrione di sud-ovest, inglobato nella rocca, ci dà l'idea della forma di questi apparati difensivi. I torrioni erano in comunicazione fra di loro mediante un percorso veloce posto sulla cortina muraria e riparato dalla merlatura. All'interno vi erano ricavati dei magazzini dove erano stipati apparati difensivi. Superato il torrione successivo giungiamo nei pressi della via Borgo S. Martino, dove si apre la porta S. Martino. Qui le mura sono state riutilizzate come base d'appoggio sulla quale sono state edificate, in seguito, delle case. Varcando il ponte, troviamo due pilastri che hanno sostituito la porta, e proseguiamo per la via Bastioni Baradello. Da qui possiamo ammirare la particolare conformazione delle mura, alte sul piano di campagna. Seguendo l'andamento delle mura, superiamo altri tre torrioni ed arriviamo alla Porta a Mattina da qui si diparte il Largo Crispi. Compiendo una piccola deviazione per via S. Caterina e via Antica Rocca saliamo sullo spalto meridionale da dove possiamo ammirare la cortina muraria meridionale. In questa zona sorgeva, un tempo, la chiesa di S. Caterina, poi demolita per far posto alla rocca. Nel 1785 il monastero venne soppresso, indi demolito, mentre la chiesa venne ricostruita nel 1644. Dell'antico complesso murario pre duecentesco non restano tracce, ma è ipotizzabile che al momento della costruzione della nuova rocca esso fosse già rovinato in più punti. Ritorniamo ora alla Porta a Mattina ed usciamo dal borgo. Percorriamo via Fabio Filzi e ci portiamo al torrione di sud-est. Proseguendo, ammiriamo la sequenza muraria priva di torrioni e giungiamo al bastione di S. Giuseppe, nei pressi della Porta di Sotto dalla quale parte la strada per Cremona. La tessitura delle mura in questo punto e gli sporti sui beccatelli testimoniano i numerosi rifacimenti iniziati nel 1469 e proseguiti poi nei secoli seguenti. Questo tratto, per la sua elevazione e per la sua funzione di contenimento, era il più debole strutturalmente. Il bastione di S. Giuseppe era un formidabile baluardo con scarpa e dotato di ambienti interni comunicanti fra loro e con vie d'uscita poste alla base della scarpa, sicuramente punti di accesso alla rete di collegamenti sotterranei. Proseguendo lungo il viale delle Rimembranze, giungiamo alla Rocca Sforzesca. Questo lato della rocca era protetto da un fossato che, all'occorrenza, poteva essere inondato. Costruita sulle mura preesistenti, presenta un'insolita torre cilindrica. Continuando il nostro itinerario di visita, imbocchiamo un viottolo che sale verso la rocca. Sotto il più alto giro di beccatelli si apre una nicchia con una statua in cotto del XV secolo raffigurante una Madonna con Bambino. Lungo il lato occidentale del fossato, perennemente inondato, si possono ammirare i resti della chiusa che permetteva di allagare anche il fossato sud, mentre poco oltre vi è un pontile che costituiva la principale via di fuga in caso di assedio. Una porta levatoia poteva essere calata da un'uscita segreta che, tramite il ponte, immetteva in un cunicolo verso S. Maria delle Grazie. Oltre la torre del castellano, posta a nord - ovest; è possibile ammirare la struttura fortificata del rivellino. Il lato ovest presenta un ponte merlato ed in parte levatoio che permetteva l'attraversamento del fossato e costituiva l'unico accesso diretto alla Rocca all'esterno delle mura. Seguendo il corso del naviglio, svoltiamo a destra lungo la curva del corso d'acqua e, tramite una scaletta, saliamo fino alla piazza antistante la rocca. Da questo punto possiamo notare nuovamente la struttura del rivellino, il cui accesso, in origine mobile, è ora fisso e realizzato in ferro e legno. Sopra la porta vi è posta una lapide che ricorda la fondazione ed il restauro del 1895 compiuto ad opera dell'architetto Luca Beltrami.

© ASSOCIAZIONE PRO LOCO SONCINO
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